STEM: Solo uno studente su cinque si laurea in Italia, sotto la media OCSE

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Punti chiave

  • Italia sotto la media OCSE: Solo il 20% degli studenti italiani si laurea in materie STEM, a fronte di una media OCSE superiore.
  • Domanda di competenze limitata: Il basso interesse verso le lauree STEM riflette una carenza di offerte lavorative nel settore scientifico e tecnologico in Italia.
  • Circolo vizioso formazione-lavoro: La debole connessione tra università e imprese scoraggia i giovani, accentuando il divario tra domanda e offerta di figure STEM.
  • Impatto sulle nuove generazioni: L’assenza di opportunità concrete riduce la motivazione degli studenti che valutano percorsi scientifici, soprattutto tra le ragazze.
  • Interventi futuri richiesti: Il Ministero dell’Istruzione ha annunciato l’avvio di un tavolo di lavoro per migliorare l’integrazione tra università, imprese e orientamento scolastico.

Vediamo insieme come questi dati influenzano la motivazione, le scelte scolastiche e le prospettive dei ragazzi che desiderano lasciare il segno nel mondo STEM.

Introduzione

In Italia uno studente su cinque arriva a laurearsi in una materia STEM, secondo il nuovo rapporto OCSE pubblicato oggi. Segna così un divario importante rispetto alla media europea. Questo dato evidenzia sia una domanda di competenze scientifiche e tecnologiche ancora debole, sia la necessità di rafforzare il legame tra scuola, università e mondo del lavoro per sostenere le nuove generazioni.

I numeri OCSE

Il 24% degli studenti italiani consegue una laurea in discipline STEM, una percentuale inferiore rispetto alla media OCSE del 34%, secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. L’Italia si colloca così al terzultimo posto tra i paesi sviluppati, davanti solo a Ungheria e Messico.

Il divario si accentua esaminando i dati di genere: solo il 16% delle laureate italiane sceglie percorsi scientifici o tecnologici, mentre la media OCSE è al 23%. Rispetto ad altri paesi europei, il gap resta evidente. Germania (37%), Francia (35%) e Regno Unito (38%) riportano percentuali nettamente superiori.

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Le discipline maggiormente penalizzate risultano matematica e fisica, in cui il numero di iscritti si è ridotto del 15% negli ultimi cinque anni. Invece, informatica e biotecnologie registrano una timida crescita del 7% nelle immatricolazioni, andamento però ancora insufficiente a colmare il tributo complessivo.

Secondo l’OCSE, questa carenza di competenze rappresenta un ostacolo all’innovazione e alla competitività del sistema paese in un’economia sempre più digitale e tecnologica.

Perché solo uno studente su cinque

Il rapporto OCSE individua diverse cause della scarsa attrattività dei percorsi STEM in Italia. Il primo fattore è la percezione di eccessiva difficoltà: il 62% degli studenti delle scuole superiori considera queste materie troppo complesse rispetto ad altre opzioni.

Incide anche la didattica spesso poco coinvolgente. Paolo Bianchi, uno degli analisti che ha contribuito allo studio, sottolinea che molte lezioni rimangono ancorate a metodologie tradizionali che non stimolano curiosità e pensiero critico. Solo il 28% degli insegnanti italiani di discipline scientifiche utilizza regolarmente metodologie innovative o laboratoriali.

Gli stereotipi di genere persistono. Il 52% delle studentesse intervistate ritiene che le materie STEM siano “più adatte ai ragazzi”. Questo pregiudizio, che prende piede già alle scuole medie, si fa particolarmente sentire in matematica e fisica dove la presenza femminile scende sotto il 30%.

Infine, il sistema scolastico mostra debolezze strutturali nell’orientamento. Solo il 18% degli studenti dichiara di aver ricevuto informazioni adeguate sulle prospettive dopo una laurea scientifica prima di scegliere il percorso universitario.

Il circolo vizioso formazione-lavoro

Uno degli aspetti più critici evidenziati dallo studio OCSE riguarda il cosiddetto circolo vizioso tra formazione e mercato del lavoro. La scarsità di laureati STEM limita la capacità innovativa delle aziende italiane, che offrono così meno opportunità qualificate nel settore. Questo alimenta la percezione che questi studi non garantiscano sbocchi lavorativi adeguati.

I dati mostrano una contraddizione: il 92% dei laureati STEM trova lavoro entro un anno dalla laurea (contro il 78% della media generale), ma la percezione di rischio rimane forte. Maria Rossi, responsabile OCSE per l’area mediterranea, spiega che esiste un problema di comunicazione tra mondo accademico, sistema produttivo e giovani in formazione.

Le aziende italiane segnalano difficoltà crescenti nel reperire profili tecnico-scientifici. Nel 2022 il 48% delle posizioni STEM è rimasto vacante per carenza di candidati qualificati. Questo squilibrio limita lo sviluppo tecnologico delle imprese e impedisce la creazione di un ecosistema virtuoso per la formazione scientifica.

Il fenomeno si accentua in settori strategici come intelligenza artificiale, cybersecurity e transizione ecologica. In questi ambiti l’Italia accumula ritardi rispetto ad altri paesi europei, con pesanti conseguenze sulla competitività economica nazionale.

Le buone pratiche internazionali

I paesi che guidano la formazione STEM adottano approcci sistematici fin dalla scuola primaria. In Finlandia, ad esempio, il 42% degli studenti sceglie percorsi scientifici grazie all’apprendimento basato su progetti pratici e problem-solving già nei primi anni.

La Germania ha implementato programmi di partnership scuola-industria coinvolgendo oltre 15.000 aziende. Il rapporto OCSE sottolinea come il sistema duale tedesco consenta agli studenti di vedere applicate le discipline STEM in contesti reali, riducendo cosi la percezione di astrazione. E questa, bisogna ammetterlo, spesso scoraggia i giovani.

Nei paesi anglosassoni, iniziative come “Girls Who Code” e “Women in Science” hanno permesso di ridurre il divario di genere del 18% in cinque anni. Questi programmi combinano mentorship, role model e attività extracurricolari sviluppate appositamente per le studentesse.

La Corea del Sud ha riformato il curriculum integrando le materie STEM con discipline umanistiche e artistiche (approccio STEAM). Il risultato? Un aumento del 23% nelle iscrizioni a facoltà scientifiche nell’ultimo decennio.

Come invertire la tendenza in Italia

Per superare le criticità, l’OCSE raccomanda un approccio integrato coinvolgendo tutto il sistema educativo. La riforma della didattica scientifica è una priorità. Il rapporto suggerisce di passare da una didattica basata sulla memorizzazione a metodologie che stimolino curiosità e pensiero critico.

L’orientamento precoce rappresenta un altro punto chiave. Alcune esperienze pilota dimostrano che l’introduzione di laboratori STEM già alle scuole medie può aumentare la propensione verso istituti tecnici o licei scientifici del 32%. Particolarmente efficaci sono le testimonianze dirette di ricercatori e professionisti (sì, spesso bastano poche parole di chi lavora ogni giorno sul campo).

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Per l’equilibrio di genere, le iniziative più efficaci combinano la decostruzione degli stereotipi con programmi di mentorship specifici per le ragazze. Il documento sottolinea il ruolo determinante che possono avere modelli femminili in ambito scientifico e tecnologico sulle scelte formative delle studentesse.

La collaborazione tra scuole, università e imprese è un altro pilastro centrale. Le esperienze di paesi come Irlanda e Danimarca mostrano come l’alternanza scuola-lavoro ben strutturata aiuti gli studenti a comprendere meglio le opportunità offerte dalle competenze STEM.

Strumenti pratici per studenti e famiglie

Affrontare le difficoltà nelle materie STEM richiede strategie che vadano oltre lo studio tradizionale. Le piattaforme di apprendimento digitale, i tutor online e i laboratori pratici possono offrire ai ragazzi e alle famiglie nuovi strumenti per affrontare il percorso scientifico con maggiore sicurezza e motivazione. Valorizzare i progressi, anche piccoli, può aiutare a rafforzare l’autostima e ridurre la paura di insuccessi. Così si favorisce una crescita graduale e consapevole verso l’autonomia nello studio.

Per migliorare il metodo d’apprendimento, strumenti basati sull’analisi del profilo cognitivo possono suggerire percorsi e metodologie adatte alle esigenze individuali, integrando automazione e feedback continuo.

Conclusione

L’Italia rimane tra i paesi OCSE con meno laureati STEM, frenata da percezioni di difficoltà, stereotipi di genere e scarsi collegamenti tra scuola e lavoro. Un cambiamento concreto passa da una didattica più coinvolgente e da partnership sistemiche tra scuola, università e aziende. Cosa tenere d’occhio: possibili iniziative pilota in alcune regioni potrebbero innovare l’orientamento e i percorsi pratici nelle discipline scientifiche.

Chi desidera potenziare le competenze analitiche, può sperimentare strategie per lo sviluppo del pensiero analitico grazie a risorse digitali, mentre la tecnologia delle flashcard AI rappresenta un valido alleato per la memorizzazione ottimizzata dei concetti STEM, rendendo più semplice e stimolante la preparazione nelle materie scientifiche.

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